• Ingresso delle truppe alleate a Città di Castello, 22 luglio 1944
  • Primo raduno degli ex perseguitati politici della provincia di Perugia (1945). Fra gli ospiti, il terzo da sinistra nella fila in alto è l'avv. Mario Berlinguer, padre di Enrico, ex deputato aventiniano allora fra i massimi responsabili dell'Alto commissa
  • Partigiani della “S. Faustino Proletaria d'urto” in marcia
  • Partigiani jugoslavi della “Gramsci” a Norcia nel giugno 1944
  • 11.	Comando del battaglione “Tito” della brigata “Gramsci”. Al centro Svetozar Laković “Toso”
  • Partigiani della “S. Faustino Proletaria d'urto”

Gabriotti Venanzio

Nasce a Città di Castello il 26 aprile 1883, impiegato. Popolare poi democristiano.
Il padre Augusto, sarto, è stato nel 1859 volontario con le truppe di Giuseppe Garibaldi. Sin dall'adolescenza partecipa all'attiva politica, sindacale ed assistenziale della sua città, divisa fra cattolici e socialisti, aderendo al circolo di “Nova Juventus” fondato a Città di Castello da don Enrico Giovagnoli. Il 1 aprile 1906 è vittima di un'aggressione proprio per la militanza politica, la prima di una lunga serie. Tra il 1907 e il 1915 si trasferisce per lavoro a Faenza e poi a Roma: nel gennaio 1907 viene assunto come segretario dell'Unione agricola faentina, inaugura a Brisighella un circolo di “Nova Juventus”, una società sportiva a Granarolo, tiene conferenze e scrive sui giornali. L'anno successivo diviene segretario delle Casse rurali romagnole, ma tutto questo attivismo indispettisce gli ambienti socialisti locali. Nell'estate 1910 iniziano ad incrinarsi i rapporti con il mondo cattolico romagnolo, ma è l'anno successivo che il vaso si rompe portandolo alle dimissioni dalla segreteria dell'Unione agricola faentina. Dopo avere subito il licenziamento dalla federazione Casse rurali lascia Faenza, portando tuttavia con sé alcuni documenti. Li restituisce non appena raggiunto da una querela, facendo seguire al gesto una dichiarazione di colpevolezza presto ritrattata. Nonostante il ritiro della querela l'inchiesta va avanti (mentre lui si trasferisce a Roma grazie ai buoni uffici del deputato radicale tifernate Ugo Patrizi), chiudendosi nel 1913 con l'assoluzione.
Con l'entrata dell'Italia nella Prima guerra mondiale, pur essendo stato riformato per insufficienza toracica, richiede l'arruolamento volontario, raggiungendo il fronte fra Veneto e Trentino nell'ottobre 1915, venendo poi spostato sull'Altopiano di Asiago, sull'Isonzo e di nuovo in Veneto sul monte Grappa a fine 1917 (nell'aprile dello stesso anno era temporaneamente rientrato a Città di Castello per l'emergenza del terremoto). Più volte ferito, di cui una gravemente con menomazioni permanenti alla testa, viene congedato nel luglio 1919 con il grado di capitano, quattro encomi solenni, due medaglie di bronzo e altrettante d'argento al Valore militare.
In una città percorsa da agitazioni agrarie e operaie, partecipa alla fondazione della sezione del Partito popolare (Pp), fortemente sostenuta dal vescovo Carlo Liviero, ricevendo la nomina a presidente dell'organizzazione sindacale del partito, l'Unione italiana del lavoro (Uil). Nei primi mesi del 1920 la carriera pubblica e lavorativa vive la svolta definitiva con la nomina a Regio subeconomo dei benefici vacanti (funzionario statale preposto all'amministrazione dei beni ecclesiastici) e vicepresidente della sezione tifernate dell'Associazione nazionale fra mutilati e invalidi di guerra (Anmig), che grazie a lui, divenutone in breve presidente, si accredita fra i protagonisti sulla scena pubblica altotiberina. Il fascismo è obbligato, sin dagli esordi, a scontrarsi con questa figura scomoda, onnipresente e sostenuta da ampi strati popolazione, da compagni e simpatizzanti di partito, dalle gerarchie ecclesiastiche. Vani sono i tentativi di rimuoverlo dall'impiego e dalla carica di presidente dei Mutilati e Invalidi almeno per tutti gli anni Venti, nel corso dei quali (nel 1926) subisce la più grave bastonatura, nella quale rimangono coinvolti anche i familiari. Non riuscendo ad estrometterlo dalle scene, il fascismo cerca di colpirlo attraverso la diffamazione. “Polliceverso”, settimanale del Fascio locale, comincia a diffondere insinuazioni di omosessualità che ne intralciano la carriera professionale e l'immagine. Ogni attacco si rivela tuttavia vano, anche dal lato della carriera militare: nell'agosto 1930 è promosso primo capitano, ma quattro mesi dopo le trame e le pressioni portano alla rimozione dal grado. Sono necessari undici anni per il reintegro, con l'Italia già in guerra, poi il 26 marzo 1942 (ma con decorrenza dal 1 gennaio 1939) arriva la promozione a maggiore e, infine, a tenente colonnello dal 1 gennaio 1943. Tre settimane dopo scrive una lettera ad amici ed ex tesserati del Partito popolare, cercando di chiamarli a raccolta e prospettando i destini politici che di lì a qualche mese sarebbero maturati. Dopo il 25 luglio tenta anche di promuovere l'uscita di un giornale. Insieme all'amico socialista Giulio Pierangeli diviene punto di riferimento delle forze antifasciste cittadine, cercando di giungere a patti con ciò che rimane in città del regime. Il rapido arrivo dei tedeschi dopo l'Otto settembre vanifica ogni tentativo e obbliga tutti a tornare all'attività clandestina, mentre le montagne dell'alta valle del Tevere si riempono di volontari che iniziano l'attività partigiana, prologo alla nascita della brigata “San Faustino – Proletaria d'Urto”. Rimane tuttavia in vita il “Comitato di soccorso” da lui promosso, destinato ad opere assistenziali e, clandestinamente, al rifornimento dei partigiani. In tutti i mesi successivi rimane uno dei punti di riferimento della Resistenza altotiberina, favorito anche dal fatto che il lavoro di amministratore dei beni ecclesiastici gli garantisce libertà di movimento. È così che, grazie anche all'aiuto del giovane tenente Aldo Bologni (morto in combattimento il 6 maggio 1944 a Montone), può attendere sia alle opere assistenziali che al sostentamento delle formazioni partigiane. Il 5 maggio 1944, quattro giorni dopo avere celebrato il Primo maggio nella “zona libera” di Pietralunga, viene prelevato nel suo ufficio da militi della Guadria nazionale repubblicana (Gnr). Anche in questa situazione estrema, delle cui conseguenze è ben conscio, riesce a portare a termine il lavoro e, nonostante sia osservato da vicino, si accosta a mons. Vincenzo Pieggi, gli porge una busta con il denaro del “Comitato di soccorso” e fornisce indicazioni su come avvisare alcune persone, di modo che si mettano in salvo; lo fa anche nei giorni successivi, grazie alla compiacenza di alcune guardie carcerarie. Portato al comando della Gnr è messo sotto torchio dal comandante Dorando Pietro Brighigna e da Pietro Gambuli: lui ribatte, nega di presiedere qualsivoglia Comitato di liberazione nazionale (Cln) ma non fa altrettanto con l'accusa di avere incontrato il comandante partigiano Stelio Pierangeli, ma di averlo fatto soltanto per consegnargli una lettera del padre Giulio in cui gli chiede di presentarsi e regolare la sua posizione come allora possibile. Quella che per mesi e anni è stata una copertura efficace, il fatto che gli spostamenti avvengano in ragione dell'impiego, ora cade di fronte ad imputazioni circostanziate. Innanzitutto perché è dovere di ciascuno sporgere denuncia se si è a conoscenza del rifugio di partigiani, ma è soprattutto un altro evento ad aggravare la sua posizione in maniera irrimediabile. Nello scontro che ha luogo a Montone il giorno dopo la sua cattura, i tedeschi perdono alcuni uomini e, comprendendo come parte della forza propulsiva della “San Faustino – Proletaria d'Urto” venga proprio da Città di Castello, sono decisi a regolare i conti anche con la città, parallelamente al rastrellamento in atto a Pietralunga. La mattina dell'8 maggio un reparto circonda Città di Castello e, guidato dai fascisti locali, comincia a rastrellare. È a quel punto che Brighigna li informa dell'arresto di Gabriotti, spiegando l'importanza della persona e quanto una sua esecuzione sarebbe stata di monito per tutti. Il comandante tedesco della piazza, Hans Tatoni, inizialmente non rifiuta di accettare, ma vacilla successivamente allorché viene fatto oggetto di una serie di pressioni, in modo particolare del vescovo Cipriani. Insieme a lui comincia a tentennare anche Orazio Puletti, segretario politico del Partito fascista repubblicano (Pfr) e primo cittadino. Ci sono tutti (il vescovo, Pieggi e Puletti) la sera dell'8 maggio ad incontrare Gabriotti in carcere e proprio Puletti riceve un ultimo rifiuto alla richiesta di fare nomi. Il mesto incontro si conclude con la benedizione impartita da Cipriani al condannato, ma il vescovo non vuole rassegnarsi e decide di andare di persona con Pieggi al comando tedesco. L'accoglienza è delle peggiori: sono relegati in sala d'attesa per due ore e quando possono accedere si presenta ai loro occhi una scena desolante di soldati stanchi ed ubriachi. A quel punto Tatoni inizia a dimostrarsi minimamente comprensivo, ma a fargli da contraltare alcuni ufficiali della milizia, presenti nella stanza, chiedono inferociti la fucilazione esemplare. Il comandante tedesco non recede dal proposito estremo, ma almeno ne cambia le modalità: invece che sulla piazza principale, che poi gli viene intitolata, l'esecuzione sarebbe avvenuta fuori città nei pressi del cimitero e non alla schiena. È da tempo accertato come in quell'ultima notte Gabriotti rifiuti diverse possibilità di fuga prospettategli, consapevole delle rappresaglie che il suo gesto avrebbe fatto ricadere sui concittadini. Il mattino successivo è obbligato a percorrere a piedi circa tre km di strada, mentre i fascisti che formano il corteo si lasciano andare a grida e canti per attirare l'attenzione della gente, negando poi i conforti religiosi al condannato. Viene fucilato all'alba del 9 maggio 1944.
Prima della fine dell'anno è decorato con medaglia d'oro al Valore militare: «Volontario di guerra, valoroso combattente della campagna 1915-1918, decorato di due medaglie d'argento, due medaglie di bronzo e di una croce al V.M., gravemente ferito e promosso per merito di guerra. Cittadino ottimo, costantemente sollecito verso gli ideali di libertà e di Patria, subito dopo l'armistizio partecipava al movimento di liberazione attivamente adoperandosi come organizzatore e come animatore. Tratto in arresto e ripetutamente interrogato manteneva esemplare contegno nulla rivelando ed affrontava, da soldato valoroso, la morte nel nome della Patria che aveva sempre fedelmente servita».


Tommaso Rossi


Fonti e bibl.: Venanzio Gabriotti, Regione dell'Umbria, Perugia 1984; A Tacchini, Venanzio Gabriotti e il suo tempo, Petruzzi, Città di Castelo 1993; V. Gabriotti, Diario. 25 luglio 1943-4 maggio 1944, a cura di A. Tacchini, Petruzzi, Città di Castello 1998; M. Pellegrini (a cura di), Venanzio Gabriotti nella Grande guerra, Petruzzi, Città di Castello 2005.




  • Salciarini Gaetano Nasce a Gubbio (Pg) il 7 novembre 1901. Maestro elementare. Avvocato. Popolare quindi democristiano. Tra gli organizzatori della Brigata San Faustino - Proletaria d'Urto. Muore a Gubbio il 15 maggio 1989. LEGGI DI PIU' »
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