• Ingresso delle truppe alleate a Città di Castello, 22 luglio 1944
  • Primo raduno degli ex perseguitati politici della provincia di Perugia (1945). Fra gli ospiti, il terzo da sinistra nella fila in alto è l'avv. Mario Berlinguer, padre di Enrico, ex deputato aventiniano allora fra i massimi responsabili dell'Alto commissa
  • Partigiani della “S. Faustino Proletaria d'urto” in marcia
  • Partigiani jugoslavi della “Gramsci” a Norcia nel giugno 1944
  • 11.	Comando del battaglione “Tito” della brigata “Gramsci”. Al centro Svetozar Laković “Toso”
  • Partigiani della “S. Faustino Proletaria d'urto”

Checchi Alfredo

Nasce a Scarlino (Gr) il 15 giugno 1901. Bracciante. Comunista. Si iscrive a sedici anni alla Gioventù socialista, poi, a seguito della scissione di Livorno, aderisce al Partito Comunista d'Italia (Pcd'i) nel 1921. Viene chiamato alla leva militare nel 1920, congedato nel luglio 1922, si trasferisce in Lombardia per motivi di lavoro. Il 2 agosto dello stesso anno partecipa ad uno sciopero che sfocia in uno scontro con i fascisti; accusato di aver lanciato delle bombe durante gli scontri, è incarcerato a Busto Arsizio (Va).
Nel 1923 gli viene concessa la libertà provvisoria, ne approfitta recandosi a Como per poi espatriare clandestinamente in Svizzera ed arrivare infine in Francia, dove si stabilisce a Rèhon. Qui esercita i mestieri di manovale e di meccanico in una officina di laminatori. Nel 1926 contrae matrimonio con Dina Laliscia, un'emigrata ternana. Insieme alla moglie rappresentano i principali dirigenti antifascisti di Rèhon. Il Regio Agente Consolare di Longwy, in un telespresso del 1936, riferisce alle autorità italiane che nella loro abitazione si tengono quasi giornalmente riunioni di elementi comunisti. È segnalato quale «sfegatato antifascista» e per la diffusione di manifestini contro le organizzazioni fasciste di Longwy. Pertanto è iscritto in Rubrica di frontiera (Rf) con il provvedimento «da arrestare».
Il 4 gennaio 1940 viene arrestato e successivamente internato nel campo di concentramento di Vernet a causa delle sue idee comuniste. Nel gennaio del 1941 viene liberato e consegnato alla polizia italiana di Mentone, qui è arrestato e tradotto a Grosseto. Il 7 febbraio la Commissione Provinciale lo assegna al confino per 5 anni con l'accusa di «propaganda sovversiva in Italia e all'estero». Il periodo di confino è scontato prima a Ventotene (Lt) e poi ad Ustica (Pa), dove rimane sino al maggio 1943 quando viene trasferito a Fraschette (Fr).
L'8 settembre 1943 è liberato dal campo di internamento; successivamente si unisce alla guerra di Liberazione divenendo commissario politico della formazione partigiana che opera nei monti presso Cesi (Tr).
Dopo la ritirata dei nazifascisti, Aladino Bibolotti lo invia a Perugia per poi trasferirlo ad Assisi con il compito di riorganizzare la Camera del Lavoro locale. Al primo congresso provinciale del partito è eletto nel comitato provinciale. Nel 1947 ritorna a Terni dove è presidente della Cooperativa di Papigno nonché segretario della sezione locale del Pci.
Muore a Terni il 9 settembre 1982.

Yuri Capoccia


Fonti e bibl.: Acs, Cpc, b. 1279, ad nomen, Asp, Questura, Schedati, b. 14bis, fasc. 46;  Asisuc, Anpi Terni, Resistenza/Liberazione b. 10, fasc. 4; Asisuc, Anppia Terni, Antifascismo/Resistenza, b. 3, f. 3, b; A. Dal Pont e S. Carolini, L'Italia al confino. Le ordinanze di assegnazione al confino emesse dalle Commissioni provinciali dal novembre 1926 al luglio 1943, vol. III, La Pietra, Milano 1983, p. 1101.




  • Bibolotti Aladino Nasce a Massa il 22 febbraio 1891. Giornalista. Socialista poi comunista. Arrestato, confinato e internato, durante la Resistenza diviene uno dei principali dirigenti dell'attività partigiana del Pci. Muore a Roma il 24 febbraio 1951. LEGGI DI PIU' »
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