• Ingresso delle truppe alleate a Città di Castello, 22 luglio 1944
  • Primo raduno degli ex perseguitati politici della provincia di Perugia (1945). Fra gli ospiti, il terzo da sinistra nella fila in alto è l'avv. Mario Berlinguer, padre di Enrico, ex deputato aventiniano allora fra i massimi responsabili dell'Alto commissa
  • Partigiani della “S. Faustino Proletaria d'urto” in marcia
  • Partigiani jugoslavi della “Gramsci” a Norcia nel giugno 1944
  • 11.	Comando del battaglione “Tito” della brigata “Gramsci”. Al centro Svetozar Laković “Toso”
  • Partigiani della “S. Faustino Proletaria d'urto”

Battaglia Roberto

Nasce a Roma il 17 febbraio 1913. Insegnante di scuola e docente universitario, esperto di storia dell’arte. Azionista e, dal 1946, comunista. Durante i primi anni della seconda guerra mondiale si accosta all’antifascismo militante e, nel 1943, entra a far parte del movimento Giustizia e libertà (Gl). Dopo l’8 settembre lascia, insieme alla moglie e al figlio Piero, la capitale e si ritira a Norcia, in una casa di proprietà della sua famiglia. Qui, inizialmente accoglie e offre rifugio a prigionieri di guerra evasi e a membri della banda Melis, dispersisi dopo lo scioglimento della stessa avvenuta ai primi di novembre. Successivamente stabilisce legami con formazioni di resistenti che operano nell’Appennino tra Umbria e Marche. Entra in contatto, a Visso, con il gruppo armato di Pietro Capuzzi e partecipa con lui all’assalto del Comune di Preci, come rappresaglia contro le iniziative del locale podestà. Tra l’autunno e l’inverno del 1943-1944 intraprende azioni di guerriglia e fa la spola tra le montagne che separano le due regioni, per mantenere vivi i rapporti tra le varie bande partigiane che vi stazionano. Non riesce, però, nell’intento (che si era dato) di creare un comando militare unificato, a causa delle incomprensioni e delle divisioni tra ex prigionieri slavi e italiani sulle strategie da adottare contro i nazifascisti. Nella primavera del 1944 sfugge più volte alla cattura o alla morte nel corso dei rastrellamenti avviati dalle truppe tedesche e decide, dopo un saccheggio subito dalla sua casa di Norcia, di mettere in salvo se stesso e la sua famiglia ritornando in segreto a Roma. Vi giunge poche settimane prima della liberazione della città. A giugno rifiuta l’offerta del Comando alleato di tornare in Umbria a combattere, ma dopo l’estate accetta di farsi paracadutare dietro la linea Gotica per assumere il comando della divisione partigiana Lunense, attraverso il quale si distingue in numerose azioni militari in Garfagnana. Finita la guerra viene decorato con la medaglia d’argento al valor militare e torna a dedicarsi allo studio e all’insegnamento. Entrato nel Partito comunista italiano (Pci) e nell’Associazione nazionale partigiani d'Italia (Anpi) di cui rimane tra i massimi dirigenti fino alla sua morte), alterna l’impegno politico all’attività di ricerca storica al fine di valorizzare la vicenda della Resistenza. Nel 1953 pubblica, per Einaudi, la Storia della Resistenza italiana, un lavoro di grande respiro che pone le fondamenta della storiografia nazionale sull’argomento. Negli anni successivi si interessa alla riforma del sistema scolastico e a una diffusione quanto più possibile capillare dei contenuti della Costituzione tra i giovani, continuando a scrivere e pubblicare libri di storia contemporanea, tra i quali spicca La prima guerra d’Africa, uscito nel 1958, considerato una tappa decisiva del rinnovamento della storiografia italiana in senso anticolonialista. Muore a Roma il 20 febbraio 1963.


Paolo Raspadori


Fonti e bibl.: Roberto Battaglia, Un uomo, un partigiano, Einaudi, Torino 1965 [1a ed. 1945]; Pietro Secchia, Battaglia Roberto, in Enciclopedia dell’antifascismo e della Resistenza, La Pietra, Milano 1968-1989, vol. I, A-C; Enzo Collotti, Battaglia Roberto, in Enzo Collotti, Renato Sandri e Frediano Sessi (a cura di), Dizionario della Resistenza, Einaudi, Torino 2000-2001, vol. II, Luoghi, formazioni, protagonisti.



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